La vita di famiglia, Dubuffet

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Titolo: La vita di famiglia

Autore: Jean Dubuffet

Anno: 1963

Tecnica di realizzazione: Acrilico su tela

Provenienza: Museo delle Arti Decorative, Parigi

Collegamenti:
Fondazione Dubuffet

Percorso didattico proposto

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Approfondimento

Forme, facce, corpi s’incastrano come in un puzzle, come cellule in continua trasformazione: un groviglio inestricabile di segni che inventa un alfabeto che porterà a Jean Dubuffet la notorietà internazionale. Inizia l’attività di pittore solo dopo i quaranta anni; le sue opere, svincolate da ogni sovrastruttura culturale e contraddistinte da colori vivaci e contorni deformati, ricordano il tratto immediato dell’espressione grafica dei bambini. Descrive paesaggi a texture monocrome con materiali inediti: sabbia, mastice, catrame, rifiuti. Nel 1962 il percorso artistico di Dubuffet subisce una svolta con il ciclo de L’Hourloupe: una scrittura automatica realizzata con i tratti banali  del pennarello, della biro, che si mischiano al colore acrilico in una resa formale ipnoticamente moderna. Una scrittura-pittura schematica, irregolare, incessante che prolifera da se stessa e su se stessa. E come una scrittura può creare tutto: più la pratichi e più ti rimanda nuove immagini, nuove forme, nuove intuizioni. E come una pittura ti insegna a dosare i colori, a valutare gli spazi, le pause.

Tag (parole chiave)
segno infantile – forme – corpi – puzzle

Mostre
Jean Dubuffet e l’Italia
, Centro d’Arte Contemporanea, Lucca, febbraio-maggio 2011

I Dubuffet di Dubuffet. Opere della donazione Dubuffet al Musée des arts décoratifs di Parigi, Spazio Oberdan, Milano, maggio-luglio 2000

Bibliografia
Bond A. (a cura di), Body. Marina Abramovic, Bookman Schwartz, Melbourne, 1997, catalogo della mostra tenuta a Sidney nel 1997

Dubuffet J., Asfissiante cultura, Milano, 2006

Dubuffet J., Non-lieux, Musée national d’art modern Centre Georges Pompidou /Fondation Jean Dubuffet, Paris, 1985

Dubuffet J., Les assemblages de Jean Dubuffet. Signes, sols, sorts, XXe siècle, F. Hazan, Paris 1958

Barilli R. (a cura di), Jean Dubuffet e l’arte dei graffiti, Mazzotta, Milano, 2002

Barilli R., Dubuffet. Oggetto e progetto, il ciclo dell’Hourloupe, Fabbri, Milano, 1976

Barilli R., Dubuffet materiologo, Alfa, Bologna, 1962

Trucchi L., Dubuffet, Giunti,  Collana Atr Dossier, Firenze, 2001

Fonte
Barilli R. (a cura di), Dubuffet Jean, i teatri della memoria. Opere dal 1974 al 1981, Salani, Firenze, 1981

37 Commenti to “La vita di famiglia, Dubuffet”

  • Creatività, invenzione, immaginazione, fantasia : questo è l’artista, questo è il bambino.

  • Questo quadro mi ricorda un puzzle: tante tesserine che insieme vanno a costituire un’immagine, se osservi una singola tessera non hai idea di quello che verrà fuori una volta ricomposto il disegno però sai che una piccola parte di quello che otterrai è racchiuso in quella singola tessera. Mi fa venire in mente le cellule che compongono il nostro corpo, tanti mattonci che sono abilmente incastrati uno con l’altro, che sono tutti indispensabili per il funzionamento del nostro organismo. Il titolo inizialmente mi ha lasciato un po’ interdetta, poi dopo un’osservazione più attenta mi è venuto in mente che la realtà della famiglia è qualcosa di complesso, mutabile e in continuo divenire: non è qualcosa di fisso e statico, inoltre per esserci una famiglia devono esistere diverse persone che costruiscono delle relazioni le une con le altre (l’idea di relazione è richiamata da diverse tessere che si incastrano). Gli spazi bianchi secondo me richiamano al fatto che è sempre possibile aggiungere nuove componenti, non c’è niente di immutabile.

  • Appena guardi il quadro, pensi inevitabilmente ai bambini, alla loro arte, al loro modo di esprimersi. Chiedi ad un bambino di fare un disegno con tanti colori: il risultato sarà simile a questo… un mix di colori, forme, significati. Il puzzle rappresenta perfettamente l’arte del bambino: tanti pezzettini, tanti significati, tanta fantasia ma anche tantissima realtà.
    Ho letto solo successivamente il titolo dell’opera: la vita di famiglia. Una vita a volte complicata, una vita diversa per ugnuno, fatta di tante particelle che non sempre è facile far coincidere…

  • Il dipinto rispecchia in pieno la famiglia, la quale non comprende solo i familiari ma anche amici, vicini, conoscenti e questo viene rappresentato dall’elevato numero di figure umane raffigurate. Inoltre è un opera che trasmette energia, movimento e dinamicità come una famiglia di oggi.

  • La sensazione che mi ha trasmesso il quadro a primo impatto è stata la confusione. Osservandolo interamente sembrano esserci tante macchie che espandendosi senza una logica si incastrano casualmente tra loro, senza un particolare filo conduttore. Poi sono venuti in mente i giochi che si trovano su alcuni giornali, dove una serie di macchie incastrate tra loro, vuote all’interno, e apparentemente senza significato, devono essere colorate seguendo le istruzioni per dare vita a una figura. Così guardando l’opera un po’ più nel particolare ho “trovato” alcuni volti, una figura che mi ricorda un asinello, dei calzini e così via. Riconoscere il familiare nella confusione ha corretto il mio modo di “giudicare” il quadro. Dalla confusione iniziale, ciò che realmente alla fine mi comunica è un senso di tranquillità, proprio il contrario. Perchè all’interno di ciò che mi sembrava sconosciuto ho scoperto qualcosa che conosco. Le tessere incastrate, senza colore, senza altri segni, non avrebbero significato. Il colore e il segno sono il collante dell’opera, e il titolo mi sembra azzeccato.

  • La vita di famiglia, Dubuffet
    Un puzzle di segni, come i segni usati fin da bambini, espressione grafica dove il soggetto è nascosto e il segno diventa simbolo, dove la significatività passa dal soggetto disegnato all’intenzione, al significato che l’individuo ha e che vuole esprimere.

  • leggendo il titolo e osservando il quadro mi ha fatto pensare che in effetti la famiglia è come un puzzle dove tutto deve incastrarsi ed essere in armonia per riuscire nella convivenza e nella collaborazione quotidiana,ma nel frattempo ogni “pezzo”,cioè membro della famiglia ha le proprie caratteristiche e risulta individuale,unico. Tutto questo discorso vale per la società in generale dove ognuno è indispensabile per la propria unicità.

  • Questo quadro mi ricorda il momento in cui si è in classe o al telefono e avere carta e penna a portata di mano e te ne vai. Il bambino e toccare astratto con il lavoro rende interessante lavorare in una sorta di pre-primaria in quanto ritengo che i bambini possono vedere e trovare queste piccole immagini in puzzle di noti e inventato molti modi in cui sviluppare la loro creatività e fantasia.

  • “La vita di famiglia” in questo quadro viene rappresentata come un puzzle: un gioco molto utilizzato dai bambini, in cui bisogna incastrare perfettamente dei pezzi di uguale grandezza, per risalire all’immagine originale. La prima cosa che ho notato di quest’opera è che i pezzi non sono della stessa grandezza, né della stessa forma e nemmeno dello stesso colore. Inoltre non appare un’immagine ben precisa. Penso che il puzzle intero rappresenti la vita, in particolare la vita di una famiglia, e i pezzi siano i momenti, le esperienze, le persone che la compongono. Poiché nulla si ripete nello stesso modo e nessuno è identico a un’altra persona, la forma, il colore e la grandezza dei pezzi sono diversi e unici, ma allo stesso tempo incastrati perfettamente. Non c’è un’immagine precisa e prestabilita, perché siamo noi che costruiamo il puzzle giorno dopo giorno.

  • LA VITA DI FAMIGLIA

    Sono stata subito attratta da quest’opera perché mi ricorda molto gli scarabocchi lasciati su una qualsiasi superficie (fogli, pezzi di carta, banchi della scuola); tracce e gesti spontanei in cui ognuno, almeno una volta, si sarà soffermato.
    Quest’opera ha una forma pressoché indefinita, quasi fosse stata realizzata casualmente e pensando ad altro. Proprio come mi capita di fare quando devo dare sfogo alla mia creatività, per esempio durante un’interminabile conversazione telefonica. L’approccio all’arte di questo particolare autore è totalmente antirazionale e cerca ispirazione solo nelle profondità di se stesso.
    Nello stesso tempo ci sono delle forme nascoste, che sembrano nascere senza volere, un’insieme di forme che sembrano generarsi una sull’altra senza meta e senza uno scopo, come un riprodursi vitale e creativo di cellule colorate che possono essere ricollegate ai vari componenti di una famiglia.

    Dare sfogo a … “senza senso”!
    Ma allo stesso tempo esprimere e comunicare …

  • Una faccia. Un’altra faccia. Una faccia di profilo. Un pupazzo di neve. Una tartaruga rovesciata. Un asino. L’italia. Un quadrifoglio. In un incastro centrifugo di colori primari. Centrifugo come ogni famiglia che si rispetti, dove i fratelli si incastrano in camere condivise e i giochi dell’ultimo nato si sparpagliano sul pavimento.
    Un po’ come in quei giochi della settimana enigmistica in cui, colorando certe aree, emerge una figura, in quest’opera è possibile ricreare situazioni sempre nuove, quelle quotidiane, che a volte sembrano ridursi a una scontata routine, ma che non sono mai una uguale all’altra. Che a volte sono piene di colore e spensierate, e altre volte, invece, come una stampante con le cartucce un po’ scariche, delineano stanchi motivi a righe intervallate da spazi bianchi. Ci sono poi momenti in cui gli spazi sono bianchi del tutto, come silenzi a volte scomodi e portatori d’imbarazzo, ma anche come tranquille gite domenicali lontano dal grigiore dei fumi automobilistici.
    Dunque la famiglia non emerge certo come un luogo facile, dove tutto appare chiaro e definito (del resto i colori primari sono i colori di superman), ma al contempo viene vista come il luogo della possibilità e della dinamica.

  • Appena ho letto il titolo mi è sembrato chiaro quello che l’autore ci voleva comunicare: l’interconnettività, la complessità dei rapporti, il difficilissimo gioco degli incastri, la vivacità dei momenti vissuti fianco a fianco. credo sia questo quello che si può ritrovare in una famiglia, in cui ci si ritrova in spazi ristretti e contigui a vivere una quotidianità fatta di incastri di orari, frenesia a causa degli impegni, vivacità nella felicità, difficoltà a rapportarsi in ogni momento con “l’altro”. E credo che l’opera descriva questi momenti in modo unico e molto preciso.

  • Tanti elementi che si uniscono per realizzare un’unica opera, una metafora che si presta perfettamente per descrivere ciò che rappresenta la famiglia

  • Appena ho visto il quadro mi ha ricordato gli scarabocchi che faccio sui quaderni: un tratto di penna libera, fatta sovrappensiero. Leggendo il titolo mi sono chiesta: cosa c’entra la famiglia? Poi mi sono resa conto che questi tratti aggrovigliati, complicati che tuttavia compongono un quadro molto compatto e pieno rappresenta pienamente una famiglia: complicata, intricata, difficile da capire, ma unita e compatta. Così sono anche le relazioni esterne alla famiglia. Incredibile cosa si può celare dietro un disegno all’apparenza infantile e semplice. Chissà cosa ci nascondono i numerosi scarabocchi e disegni dei bambini.. tratti spesso inconsapevoli, incompresi. Sarebbe interessante recuperare i primi disegni che ognuno ha realizzato da bambino e scoprirne i significati più nascosti.

  • Coincido molto con l’approfondimento del’opera. La vitta in famiglia è cosi deformata perché ci sono molti elementi che influiscono nel giorno a giorno, perció questa vitta non è mai liniale, regolare e uniforme, se non che ha molti modifiche durante il giorno e questa particolarità la fa instabile. Una instabilità che è claramente riflessa nella linearità de tutti gli elementi dell’opera. Quindi, con questa osservazione posso dire anch’io che l’autore riflessa veramente la vita in famiglia.

  • Guardando questo quadro e leggendo il titolo, mi vengono in mente tante associazioni: la famiglia puè essere vista come un puzzle, dove ogni tessera ha un suo ruolo e se ne viene a mancare una, lascia un vuoto che nessun’altra tessera può riempire.
    Allo stesso tempo, in alcuni punti dell’opera sembrano comparire dei volti, formati da più pezzetti, come a voler significare che ogni persona, anche se unica, è in qualche modo influenzata dall’ambiente e dalle persone che la circondano.
    Guardando tutto questo incastro ho pensato alla famiglia patriarcale, quando più famiglie vivevano nella stessa casa e questa idea dell’incastro assumeva un senso quasi fisico, che diventa di natura più psicologica se pensiamo alle famiglie allargate dei nostri tempi…

  • Quest’opera mi è piaciuta molto perché sin da subito mi è sembrata un puzzle pieno di incastri e colori e questi contorni indefiniti danno molto movimento al quadro. Più la guardo e più scopro dei particolari (vedo occhi, bocche, mani, bottoni, calzini), e secondo me quello che si vede dipende molto dal soggetto che osserva perché ognuno lo interpreta a modo suo. Ogni famiglia infatti deve essere compresa all’interno di una rete complessa di eventi e relazioni, e non basta un’occhiata sfuggente per poterla comprendere a fondo.

  • Un intreccio di segni, animali, facce felici, serie, tristi,. Proprio come in una famiglia le relazioni si intrecciano, si incastrano come le figure di questo quadro. Osservato nell’insieme, tra l’alternanza di colori contrastanti e linee tortuose, da l’idea di un continuo movimento che mi ricorda gli ingranaggi interni di un orologio, tutti collegati tra loro per far funzionare il meccanismo.

  • in questo dipinto troviamo un equilibrio tra i colori in quanto troviamo ben sparsi colori caldi come il rosso e colori freddi come il blu e in fine colori neutri come il bianco e il nero,anche se in realtà quest’ ultimo è servito per definire i contorni dei vari pezzi del dipinto. il punto centrale del quadro non l’ ho trovato ma osservandolo con attenzione ho notato che i singoli pezzi combinati in maniera diversa all’ interno del quadro formano figure diverse,ad esempio al centro partendo dalla figura bianca m sembra di vedere il volto di una persona,e anche al suo fianco sulla destra si vede un altro volto. il titolo per quest’ opera è completamente azzeccato in quanto la vita in famiglia è un incastro di ruoli di persone e queste relazioni possono cambiare a seconda di ciò che i membri hanno bisogno o devono fare in quel momento. però puro rappresentare anche un gruppo di amici,o ancora più in grande la società che si deve coordinare per funzionare al meglio perchè ogni singolo individuo non è a sè stante ma è collegato con tantissimi altri individui con i quali sostiene altrettanti diversi ruoli. ciò che mi fa dire questo è una frase molto ricorrente a Ferrara ad esempio,dove si dice:”è proprio piccola Ferrara!” in quanto puoi accorgerti che amici che sono tuoi in realtà sono amici in comune di altri amici,e la cosa può continuare all’ infinito,quindi alla fine girando per le città ti rendi conto che conosci più persone di quello che in realtà credevi.
    questo dipinto è stato rappresentato con una similitudine verso il segno infantile ed è centrata a pieno in quanto il bambino grazie alla sua fantasia e alla sua immaginazione crea dei disegni,potremmo dire delle opere d’ arte,molto belle e astratte dove in realtà riassumono tutti i loro vissuti quotidiani,quelli che li hanno colpiti di più,e le figure a loro vicine,e li riassumono con segni indefiniti e contorni irregolari per sottolineare i cambiamenti delle cose e delle relazioni.

  • “La vita di famiglia” di Dubuffet
    L’opera viene realizzata nel 1963, periodo in cui l’artista compie un graduale mutamento stilistico che segna una trasformazione nella sua produzione artistica: all’interno delle opere le forme perdono di consistenza materica, ma acquistano contorni e colore. Diverse immagini vengono affasellate, incasellate all’interno di varie composizioni, alla stregua di paesaggi. Solo successivamente le immagini cominciano a venire sagomate e ricmposte come in un “puzzle”, le cui tessere sono dipinte di bianco o a tratteggi obliqui delimitate da contorni neri. Il ciclo di opere viene denominato Hourloupe, tra cui troviamo anche “La vita di famiglia”. Con queste opere l’artista ha voluto mettere alle strette le capacità percettive dell’osservatore, privato dei normali riferimenti visivi. Inoltre si avvale dell’arte per schierarsi contro la funzione sociale dell’arte per stimolare la ribellione e la creatività individuale, fonte di nutrimento per l’intero gruppo. Questo dimostra anche come questo pensiero abbia influenzato il suo stile trasmettendo il messaggio che l’individuo fa parte del tutto come il tutto fa parte del singolo, come l’individuo sia una millesima parte di un “progetto”, universo ben più grande di lui ma di cui contribuisce l’esistenza.

    Debuffet presta un’attenzione speciale ai disegni dei bambini, che si può ben notare anche nel dipinto preso in considerazione. Un richiamo anche qui al mondo sconosciuto e articolato dell’infanzia. Sviluppa inoltre un interesse verso “alienati mentali” ed “emarginati”: affascinato dal loro modo istintivo di e immediato di lavorare, elabora egli stesso forme elementari e infantile. Elementi formali, come il suo caratteristico modo di stipare l’immagine in maniera inverosimile con figure e presenze, come nel quadro in cui probabilmente ha voluto realizzare la “famiglia” come quel complesso insieme di persone e sentimenti legati ognuno agli altri tramite nodi o “vincoli di sangue” impossibili da rompere. Un’unione che fonda i singoli in questo insieme, simile a una massa che incorpora le diversità delle singole parti per addatarle a quelle delle altre parti in modo da formare un’unica realtà senza buchi. E se vi è la presenza di buchi è perchè vi possono essere degli spazi lasciati volutamente vuoti, forse per i nuovi “arrivi”.
    Secondo Debuffet non bisogna andar lontano per cercare le rarità, basta guardarsi attorno, perché anche le cose brutte nascondono meraviglie insospettate. Infatti coi mezzi comuni a sua disposizione crea autentici capolavori.
    Nei dipinti vengono inseriti elementi di varia provenienza, parti di oggetti, frammenti animali e vegetali. Talvolta affiora un’immagine, frutto di un procedimento inconscio, che non ha nulla a che vedere con l’automatismo di matrice surrealista. L’unica casualità che Dubuffet ammette è quella della pittura e della materia. “L’arte deve nascere dal materiale… e deve mantenere la traccia dello strumento… Ogni materiale ha il proprio linguaggio” . Per questo motivo si avvale di materiali inediti quali sabbia, mastice, catrame, rifiuti.
    Personalmente il quadro non mi regala emozioni come il piacere di vedere un bel dipinto, è difficile capire il reale messaggio che vuole trasmettere pechè da un lato mi sembra che voglia solo dimostrare come la famiglia sia quel “cumulo” di persone che ingloba gli idividui che ne fanno parte sottomettendo l’individualità per evidenziare un pensiero più totalitarista. Da un altro punto di vista, un po’ più pisitivo, mi sembra che la famiglia risulti quel insieme che protegge e preserva i singoli individui dal resto del mondo, un punto di partenza per poi proseguire. In conclusione non posso affermare che sia un dipinto che disprezzo ma che nemmeno apprezzo in pieno. L’ho scelto rispetto ad altri per la sua “alterità/diversità”, per un’originalità fuori dagli schemi.

  • Così come nella vita di famiglia la frenesia e l’incastro sono fondamentali, qui con linee sinuose e morbide, che si appoggiano e si infilano tra le altre, con colori a tratti sgargianti, a tratti in secondo piano, l’artista ci descrive ciò che per lui è il quadro familiare.
    La frenesia, il fare tutto di corsa, il ritagliarsi uno spazio ma al tempo stesso essere e sentirsi abbracciati e protetti da ogni parte, la capacità di accogliere, rinchiudere e, se necessario, persino nascondere ciò che c’è all’interno della famiglia, è tutto questo il mondo che viene rappresentato.
    si potrebbe sottoporre il dipinto ai bambini in “bianco e nero”, chiedendo di cercare le figure che ci si nascondono, confrontandolo poi con quello in originale, giocando così con i bambini e scoprendo man mano le varie parti di questa complessissima opera.

  • L’opera “La vita di famiglia” di Dubuffet del 1963 è un acrilico su tela in cui l’autore utilizza uno stile proprio del tutto inedito per l’epoca che richiama il disegno infantile.
    Nel quadro sono rappresentate una moltitudine di forme tra loro disomogenee, tutte realizzate con linee morbide e molto nette.
    I colori utilizzati dall’autore sono molto semplici e si prediligono colori chiari che vanno dal bianco a varie tonalità dell’azzurro fino ad un rosso intenso.
    Nel suo insieme l’opera trasmette un senso di movimento caotico, di caos ma allo stesso tempo anche un sentimento di unione fra le vari parti come in puzzle.
    Trovo che ci sia corrispondenza tra ciò che è stato rappresentato e il concetto di famiglia, probabilmente cercato dall’autore, come nucleo complesso di sentimenti e di interazioni fra i suoi componenti.

  • Il quadro di Dubuffet è contraddistinto da un grande equilibrio: le forme danno la sensazione di non interrompersi al bordo del quadro, ma di poter continuare all’infinito, lo spazio è uniformemente riempito senza lasciare zone vuote.
    L’immagine a mio parere rispecchia il titolo, cioè “La vita di famiglia”. Eventi e situazioni che si intrecciano continuamente nella quotidianità delle persone, che è come se vivessero un’unica vita assieme. Osservando bene l’immagine infatti si possono cogliere diverse figure di persone, alcune che sembrano di bambini, altre di anziani, e a sinistra quella che può sembrare la sagoma di un animale. Il blu e il rosso, i colori predominanti dell’opera, sembrano essere stati scelti proprio per sottolineare la vivacità e la non prevedibilità della vita in famiglia.
    La mia impressione del quadro è di un’idea caotica di famiglia, che può essere estesa anche ad altri contesti sociali e l’artista è riuscito a rappresentarlo in un modo originale, quasi infantile che rafforza il concetto.

  • “La vita di famiglia”..1963…Da più di vent’anni il pittore incomincia con qualche altro collaboratore quello che lui defisnisce Art Brut: “Quei lavori creati dalla solitudine e da impulsi creativi puri ed autentici – dove le preoccupazioni della concorrenza, l’acclamazione e la promozione sociale non interferiscono – sono, proprio a causa di questo, più preziosi delle produzioni dei professionisti”. Ecco la definizione di Jean Dubuffet: L’arte grezza designa “lavori effettuati da persone indenni di cultura artistica, nelle quali il mimetismo, contrariamente a ciò che avviene negli intellettuali, abbia poca o niente parte, in modo che i loro autori traggano tutto (argomenti, scelta dei materiali messa in opera, mezzi di trasposizione, ritmo, modi di scritture, ecc.) dal loro profondo e non stereotipi dell’arte classica o dell’arte di moda„. La peculiarità di questa corrente è la spontaneità senza lacuna pretese culturali ne riflesioni. Il suo obiettivo è quello di liberarsi della tradizione artistica, per andare alla ricerca di forze artistiche originali e tracciare una nuova strada per l’arte. Seguendo l’esempio di numerosi pittori dell’avanguardia, quali Kandinskij, Mirò o Klee, Dubuffet presta un’attenzione speciale ai disegni infantili. Il ciclo nel quale poi torviamo anche quest’opera viene denominato “il ciclo di Hourlope”. Il tratto del pittore è deciso confermato anche dalla tecnica pittorica: una miscela di acrilico e pennarello dando un effetto particolare. Continuando osservare l’opera ci si trova come immersi in un labirinto: le figure si mescolano vicendevolmente e la fantasia di colori e di motivi pittorici disorienta lo sguardo dell’osservatore. Non c’è differenza tra particolare e immagine che fa da contesto: tutto ha la stessa importanza. “La vita di famiglia” sottolinea anche la spontaneità tipica infantile: la immagini non hanno una forma particolare ma sembrano assemblarsi come in puzzle. E’ difficile capire così il vero messaggio che vuole lascarci l’artista. A mio avviso l’unica raccomandazione è la libera interpretazione data il suo interesse verso un’arte “fuori dagli schemi”, svincolata dalla tradizione artistica. L’opera infatti appare frammentaria, confusionaria..tutta da ricostruire. Quest’opera mi ha proprio colpita per questo motivo: l’originalità.

  • LA VITA DI FAMIGLIA
    L’opera è densa, dominata da figure irregolari che si incastrano le une sulle altre. I colori non sono sgargianti, caratterizzati da forti contrasti. Tutto questo sembra dar vita ad una composizione in cui figure ben delineate si accostano per comporne altre che evocano immagini già viste. Nel complesso l’autore sembra voler parlare di qualcosa di inafferrabile. E’ il titolo infatti a suggerirci il tema dell’opera, la vita di famiglia, un insieme di relazioni, situazioni, ricordi, atteggiamenti. Jean Dubuffet fu uno dei teorici dell’Art Brut, un’arte spontanea, immediata e quest’opera sembra esserne un esempio. Osservando quest’immagine, dentro di me compaiono volti ed affiorano emozioni. L’opera sembra si possa vedere da diversi punti di vista senza che nessuno tenda a prevalere. Tutto ciò mi ricorda la complessa realtà delle relazioni umane e quindi anche familiari, in cui non esistono verità assolute e in cui ogni situazione può essere affrontata da diverse prospettive.

  • L’opera di Dubuffet (pittore e scultore francese, 1901-1985) risale al 1963, periodo in cui l’autore stava lavorando al ciclo de “L’Hourloupe” (1962-1974). A tale ciclo venne dedicata una mostra nel 1964 a Venezia, a Palazzo Grassi, in cui vennero presentata le tempere e le tele a olio e a vinile. Con tali opere Dubuffet intendeva mettere alle strette le capacità percettive dell’osservatore, privato dei normali riferimenti visivi. Egli mantenne sempre una posizione “anticulturale” volendo ciò significare che concepiva la cultura come “ente” che impoverisce, asfissia, livella, genera tenebre: egli cercò quindi una nuova strada per l’arte, “liberata”dalla tradizione artistica, e rivificata da ed in forze artistiche originali e non “soffocate”. In tal senso riconosceva nelle azioni e “opere” dei bambini e dei malati mentali quella spontaneità e libertà da lui tanto desiderata.
    Nelle pagine relative all’anno di nascita de L’Hourloupe, il 1962, Dubuffet scrive:
    «Ce cycle était […] un plongeon dans le fantasme, dans un fantomatique univers parallèle. Mon regain d’intérêt pour les productions d’art brut ne fut sans doute pas étranger à ce tournant subit. Le mot Hourloupe était le titre d’un petit livre publié récemment et dans lequel figuraient, avec un texte en jargon, des reproductions de dessins aux stylobilles rouge et bleu. Je l’associais, par assonance, à “hurler”, “hululer”, “loup”, “Riquet à la Houppe” et au titre “Le Horla” du livre de Maupassant inspiré d’égarement mental».
    Per quanto il significato della parola “Hourloupe” sia ancora non totalmente chiaro ed inequivocabile Dubuffet fa qui riferimento ad una fiaba (con un lieto fine per entrambi i protagonisti -enrichetto e la principessa-) e ad una novella (tragica).
    Dubuffet non amava l’arte da museo, i capolavori delle cosiddette “Beaux-Arts”. Lo attirava piuttosto il vasto repertorio di immagini dei bambini, dei malati di mente, dei primitivi: quella che definisce “Art Brut”. Egli affermava che non è necessario andar lontano per cercare le rarità, basta guardarsi attorno, perché anche le cose brutte nascondono meraviglie insospettate.
    Al 1968 risale uno dei suoi testi fondamentali, l’Asphyxiante culture: in esso contrappone la cultura imperante a quella dei folli e dei bambini. In particolar modo si schiera contro la funzione sociale dell’arte per stimolare la ribellione e la creatività individuale, fonte di nutrimento per l’intero gruppo. (tali affermazioni sono tratte anche dalla lettura di wikipedia, http://www.iuav.it e http://www.artdreamguide.com)
    Considerando l’opera presa qui in esame, “La vita di famiglia”, si notano certamente certi aspetti che ribadiscono quanto detto fin’ora: le forme non hanno una precisa “consistenza materica”, possiedono però contorni e colore, le immagini vengono affastellate, incasellate all’interno di vaste composizioni, sagomate e ricomposte come in un “puzzle”, le cui tessere sono dipinte di bianco o a tratteggi obliqui, nettamente delimitate da contorni neri.

    All’interno di un’attività didattica si potrebbe utilizzare tale opera in un progetto che aiuti i bambini ad esprimere e raccontare certi loro vissuti o relazioni che a volte appaiono tanto ingarbugliate o incomprensibili (non soltanto in famiglia ma anche semplicemente all’interno della classe o dei gruppetti di amici o compagni) per portarli ad una maggior condivisione e paragone tra loro e gli altri. Questo può essere fatto naturalmente anche solo per favorire il parlare di giornate interessanti e piene di “cose da raccontare”: se è vero che a volte certi bambini a una domanda precisa non sanno quasi cosa rispondere, altre volte, se gli si da “libero sfogo” su qualcosa che davvero li ha colpiti o interessati, sono capaci di parlare come un fiume in piena, senza limiti o preoccupazioni, magari solo con un qualche bisogno di “disincastrare” certi fatti, proprio come in un puzzle facendo sì che il tutto possa così diventare comprensibile anche per un ascoltatore o “visitatore” esterno.

  • “La vita di famiglia” di Dubuffet è un’opera molto particolare perché non ci sono immagini che spiccano, ma ci sono solamente alcuni colori (blu, rosso, bianco, nero) e le diverse gradazioni. Ci sono forme con contorni indefiniti che intrecciandosi formano una specie di puzzle. Secondo l’autore questo dipinto rappresenterebbe la famiglia e in effetti, pensandoci, la famiglia è un qualcosa di non definito, che cambia a seconda delle persone, delle relazioni e delle cosa che accadono. Come ho già detto nel commento, il quadro è molto soggettivo, perché dipende da come lo guardi. Alcune forme richiamano dei visi, altre delle bocche, degli occhi, etc. Tutto può cambiare a seconda della prospettiva, ed è così anche in una famiglia. Per esempio quando due persone all’interno di una famiglia litigano, ognuno pensa di aver ragione perché ognuno la vede a modo suo, e così è in questo quadro.

  • La prima impressione che ho avuto di quest’opera, mai vista prima, è stata di pienezza, caos, agitazione. Innanzitutto la tela è piena: non ci sono spazi vuoti, le figure si incastrano perfettamente con contorni comuni, ma ognuna è ben visibile e ha una propria interezza. Le linee, invece, sono curve, morbide, solo talvolta spezzate. Questi tasselli mi fanno pensare alla rappresentazione stilizzata di ‘macchie’ su un vestito. A parte alcuni di essi, molti di questi tasselli sono colorati e in modo diverso l’uno dall’altro.
    In tutto questo groviglio si riconoscono, però, delle figure umane, dei tratti somatici, dei possibili animali..più si passa del tempo ad osservarlo più posso vedere delle cose, come quando si guardano le nuvole in cielo e si riconoscono degli oggetti con l’aiuto della fantasia.
    Prima di leggere il titolo, avrei potuto dare diversi significati all’opera, eppure dopo averlo letto ho sorriso e pensato “E’ vero!” . La sensazione è stata quella di una vita domestica (probabilmente dell’autore) affaccendata, rumorosa, caotica, ma anche gioiosa e ‘piena’. Di infantile trovo le forme così fluttuanti e la mancanza di realismo, ma di sicuro il messaggio è chiaro, e mi fa pensare che in questa “Vita di famiglia” possa esserci la presenza di bambini.

  • Dal mio punto di vista l’autore vuole trasmettere l’idea della diversità familiare. Così, ogni famiglia presenta vari modi e metodi che rendono i bambini diversi tra loro.
    Questa diversità deve adattarsi perfettamente in aula, in quanto e’ nostro compito da insegnanti aiutare gli studenti ad integrarsi all’ambiente ed adattarsi alle diversita’. Deve essere un processo reciproco di arricchimento tra gli studenti, che dovrebbe essere guidato da valori come il rispetto e l’empatia.

  • “La vita di famiglia” di Jean Dubuffet mi ha subito colpito, rimandandomi all’idea di un puzzle intricato. Dopo aver osservato il quadro, ho letto il titolo e ho sorriso all’idea di una famiglia. Ho trovato interessante questo titolo proprio in riferimento agli incastri continui, tipici delle famiglie, specie di quelle numerose o con tante attività. A questo proposito mi è subito venuta in mente mia madre che nel pomeriggio si sposta sempre in macchina per accompagnare i miei fratelli chi a lezione di musica, chi a lezione di inglese o all’allenamento, con orari sempre intrecciati. Incastri difficili ma che creano un “complesso” vivace, colorato, proprio come in questa opera.
    I colori del quadro mi hanno invece fatto pensare alle biro che ogni studente ha nel suo astuccio, rimandandomi ad una idea di “quotidianità”. Quotidianità che è elemento base della vita di famiglia, quotidianità che richiede supporto costante tra i vari elementi della famiglia che vanno così a concatenarsi e coinvolgersi uno nella vita dell’altro.

  • “La vita di famiglia” di Dubuffet, come già detto, ricorda molto il segno grafico infantile in questa congruenza di incastri interpretabili soggettivamente, vedo proprio in questo il senso dell’opera, ovvero il fatto che un unico incontro di segni possa poi scaturire svariate interpretazioni o come ognuno possa focalizzare l’attenzione su determinati segni come le facce o altre. E’ interessante anche come questo segno grafico che rimanda all’infanzia sia anche simile agli ” scarabocchi” che si fanno in spensieratezza ai lati dei libri, negli appunti, nei foglietti a fianco del telefono, come un ritorno alla fanciullezza?
    L’altro elemento che mi rimanda quest’opera è la COMPLESSITÀ.
    La complessità rinchiusa nelle relazioni familiari,nella personalità di ognuno, e nelle piccole quotidianità.

  • Questo quadro mi confonde, e forse può ricordare il segno infantile per una sorta di ”fusionalità primigenia”, è tutto fuso insieme, fuso e confuso.C’è anche qualcosa che mi ricorda un qualcosa di primitivo, quasi tribale. Il quadro poi, da osservatrice, mi sembra quasi un puzzle di colori e forme che si ripetono costantemente, c’è una costanza in alcuni aspetti della rappresentazione. Dopo aver scritto questo ho avuto la curiosità di leggere i commenti precedenti (dopo per non farmi influenzare)…Le mie colleghe mi hanno fatto riguardare il quadro: in effetti i colori sono uguali e costanti, ma le immagini sono tutte diverse…Il titolo del quadro era poi per me passato in secondo piano, ma in effetti, come diceva una mia collega, la realtà familiare è complessa, e come suggeriva un’altra collega, può anche riguardare tutto ciò che ruota intorno alla famiglia. Ci sono delle domande che ho sul quadro che ancora però per me sono senza risposta: perchè questa scelta nel rappresentare la famiglia, perché questa ”metodologia” artistica così misteriosa ed anche, a tratti, inquietante?

  • “La vita di famiglia” di Dubuffet mi ha subito colpito per i colori vivaci e per le diverse forme con contorni deformati.
    Questo quadro ricorda molto i primi scarabocchi realizzati dai bambini, i quali rappresenterebbero tutto ma allo stesso tempo niente, dipende dal significato attribuito dal bambino stesso.
    Infatti osservando il dipinto una prima volta, l’artista non sembra abbia volto rappresentare niente di definito, mentre osservando con più attenzione fra quelle forme possiamo scorgere visi umani di profilo e di fronte, animali e altri oggetti.
    L’aspetto che più mi piace di questo dipinto è che non vi si a rappresentato qualcosa di già definito, ma ogni persona che si fermi ad osservarlo può scorgere immagini e figure different in base alla propria immaginazione e la propria creatività.

  • Un’opera che inevitabilmente, in positivo o in negativo, colpisce. Ad un primo sguardo la rassomiglio ai disegni che io ed i miei compagni facevamo a scuola quando avevamo voglia di usare i colori ma non di fare il classico “disegno libero”: prendevamo un pennarello nero e senza mai staccarlo dal foglio, lo facevamo roteare finché il segno andava ad occupare tutta la superficie; poi, coloravamo a piacimento ciascuna area delimitata dai segni del pennarello o cercavamo figure e sagome immaginarie da far risaltare attraverso il colore.
    Il segno grafico di Dubuffet può essere davvero quello di un bambino; la moltitudine di elementi (corpi?) simili ma tutti differenti tra loro dà allo spettatore un effetto ipnotico, alienante e allo stesso tempo bizzarro e vitale. E chi non è più strano, bizzarro, vitale di un bambino? Forse l’artista si è calato nei panni di un infante e lo ha fatto creando questo dipinto: falsamente povero o privo di tecnica e pieno di riflessione sulla psiche di chi, si spera, è ancora lasciato libero di pensare, immaginare, creare per esprimersi, riconoscersi e farsi conoscere nell’intimo del suo essere.

  • La lettura del titolo dell’opera e l’impatto visivo hanno creato quella situazione di seduzione che mi ha portato a sceglierla. L’utilizzo di pochi colori ma ripetuti all’interno di varie forme che si incastrano vicendevolmente in quasi a dar forma ad un tutt’uno è stato per me un elemento di coesione anche se a primo impatto visivo poteva sembrare non esserci equilibrio tra gli elementi. All’interno di questo “puzzle” prendono vita anche delle figure, un cane, volti di persone e lettere. Pensando al contesto, sapendo l’anno in cui è stata prodotta l’opera, penso al periodo storico-culturale e ipotizzo anche un uso dei colori finalizzato a rappresentare la serenità del periodo e al contempo la posizione delle figure mi fa pensare all’insieme di tante nuove scoperte e oggetti che entrano in quel periodo nella vita delle famiglie rienpendolo e creando forse anche quel caos che emerge nell’opera. Ritrovo in quì anche il concetto di complessità discusso a lezione, sembra come se in quest’opera trovassimo risolta quella complessità umana riferita in questo caso alla vita di famiglia.

  • Nella mia scelta, per lasciare un commento, cercavo un’opera come questa. Sono le opere come questa che attirano la mia riflessione, la mia curiosità.
    Un’opera chiara, trasparente, che trasmette per lo più un unico significato, non mi permette di interrogarmi, immaginare diverse spiegazioni di ciò che l’autore voleva comunicare, trovare in me il significato di cui ho bisogno nel momento in cui osservo l’opera.
    Questa opera non è diretta, non trasmette un significato specifico, lascia spazio all’interpretazione personale, lascia spazio al proprio io, permette di crearsi diverse visioni.
    Lo spazio completamente occupato da questi segni chiusi mi dà un senso di pienezza, vicinanza, completezza e sicurezza. I colori mi trasmettono positività, leggerezza e entusiasmo.
    Mi piace moltissimo la descrizione e spiegazione dell’opera, qui sopra riportata: ” e come una scrittura può creare tutto”; mi sembra che questa spiegazione possa validare la mia idea, per cui ognuno attraverso questa immagine si possa sentire libero di leggere a suo modo questi segni.
    Più che una famiglia intesa come gruppo ristretto, immagino una grande comunità, unita, spensierata, legata da valori comuni, libera da una società monetaria. Quest’ opera mi permette di uscire dalla realtà frenetica, di doveri, di orari, di distanze tra le persone. Forse la visione che potrebbe avere un bambino della realtà.

  • “La vita di famiglia”- Dubuffet
    Io ho scelto questo quadro perchè, nella mia ignoranza e totale volontà di comunicare qualcosa, non sapendo disegnare mi ritrovavo a dividere il foglio in diversi pezzettini, tutti con linee curve e deformi come queste, che rendessero il movimento e mi permettessero di giocare con accostamenti di colori e “tecniche” diverse. Mi ritrovo molto non so se più nel bambino o nell’autore! Ripensando poi al titolo e associandolo al quadro posso ritrovarci una sorta di sintesi della vita, non solo del bambino, ma anche dell’adulto che costantemente si ritrova immerso in un mondo fatto da tante persone (di famiglia e non solo) diverse tra loro che, senza che ce ne rendiamo conto, sono tutte collegate a noi.

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