La chiave dei sogni, Magritte

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Titolo: La chiave dei sogni

Autore: René Magritte

Anno: 1930

Tecnica di realizzazione: Olio su tela

Provenienza: Collezione privata

Collegamenti:

Fondazione Magritte

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Approfondimento

Nel surrealismo di Magritte trova ampio spazio l’elemento verbale. A partire dal titolo delle sue opere, la scrittura entra spesso in conflitto con le immagini e ne impedisce una lettura univoca provocando lo sconcerto dello spettatore. La chiave dei sogni è un esempio perfetto di questo procedimento:  sei oggetti di uso comune si affacciano in trompe l’oeuil da una griglia posta su una lavagna, corredati da altrettante didascalie che assegnano loro, con grafia zelante e persuasiva, nomi incongruenti. L’effetto finale richiama alla memoria l’abecedario della nostra infanzia, anche se rivisitato con la fantasia. L’artista veste dunque i panni del maestro elementare, quasi intendesse rivolgersi ad un pubblico, per sua natura non alfabetizzato, proponendo un personale approccio educativo. Rinominare la realtà è un modo per mettere in discussione le idee che ognuno di noi ha su di essa e Magritte invita il fruitore a stimolare l’immaginazione come ironico strumento di critica.

Tag (parole chiave)
abecedario – fantasia – lavagna – educazione

Mostre
Picasso, Miró, Dalí. Giovani e arrabbiati: la nascita della modernità
, 12 marzo-17 luglio 2011, Palazzo Strozzi , Firenze

Bibliografia
Cortenova G., Magritte, Art Dossier, Giunti, Firenze-Milano, 1991

Foucault M., Questo non è una pipa, SE, Milano, 1988

Prats-Okuyama C., Okuyama K., Le double secret. Rene Magritte, Atelier des enfants et Musée National d’Art modern, Centre Georges Pompidou, Paris, 1989

Rene Magritte, SIAE, Roma, 1986, catalogo della mostra tenuta al Palazzo dei Diamanti, Ferrara, giugno-ottobre 1986

Fonte
Silvesten D., Magritte, Umberto Allemandi e C. E Manil Foundation, Torino, 1992

42 Commenti to “La chiave dei sogni, Magritte”

  • L’opera di René Magritte mi ha immediatamente incuriosita: ha richiamato alla mia mente i vecchi abbecedari scolastici che spesso si trovano sulle pareti delle classi del passato, ma c’è una caratteristica bizzarra, tipico tratto del surrealismo: i nomi non corrispondono alle immagini che rappresentano. Centrale diviene la fantasia, l’immaginazione del pittore che “viaggia” con gli occhi della mente e vede ogni cosa in modo nuovo; così, una scarpa può facilmente divenire una luna, un cappello può divenire neve ed un martello può essere chiamato “deserto”. Tutto muta poichè grande è la mente dell’uomo, che vede la “sua” realtà, diversa da quella convenzionale, diversa da quella ti tutte le altre persone. Forte è il messaggio, a mio avviso, di un mondo incerto, in cui nulla è fisso e già stabilito, ma tutto può essere reinventato, tutto dipende dalla mente e dagli occhi di chi osserva e dal suo modo soggettivo di percepire la realtà.
    Interessante anche il titolo dato all’opera: “la chiave dei sogni”, è proprio questa la via d’accesso al mondo del sogno: la fantasia, l’immaginazione come la più grande ricchezza che l’uomo possieda, che gli permette di vedere la realtà in un modo nuovo, completamente suo.

  • In questo quadro la prima cosa che ho notato è stata il fatto che le parole scritte e le immagini non corrispondevano. Sembra quasi che Magritte abbia voluto rappresentare un abecedario per bambini che devono imparare a leggere e a scrivere. Infatti le scritte sono in corsivo semplice come quello scolastico. Poiché le immagini rappresentano le cose, è consuetudine identificare la parola con l’immagine. Il nome permette a chi osserva l’opera di riconoscere la cosa o ricondurre l’immagine alla realtà. In questo caso però l’associazione tra parola e immagine è inaspettata e spiazzante questo e ci invita a riflettere su quanto i codici e i segni influenzano il nostro modo di vedere e di percepire la realtà. Mi sono chiesta inoltre perché questo quadro si chiamasse la chiave dei sogni, non essendomi data una risposta esaustiva ho però pensato che questi oggetti rappresentati appartengono al mondo dei sogni, in quanto solo nei sogni l’immagine può non corrispondere all’oggetto reale.

  • Impossibile non aprire la pagina di approfondimento relativa a quest’opera: ma cosa vuol dire? Che cosa si nasconde dietro a questo dipinto? Sono le domande che nascono spontanee. L’opera d’arte ha stupito, colpito, incuriosito: ha centrato il suo obiettivo attivando, attraverso una percezione sensoriale, una profonda riflessione. Un quadro che non si dimentica non tanto per come è stato realizzato (le immagini grazie agli effetti di luci ed ombre, all’utilizzo di linee ben definite risultano molto nitide, estremamente realistiche, quasi come fossero fotografie) ma per l’idea, il pensiero che è celato in esso. Più che di una lezione, si potrebbe dire che questa è un’interrogazione molto importante: che cos’è la realtà se non qualcosa di non reale?

  • La prima cosa che mi colpisce di questo dipinto è il richiamo fortissimo alla lavagna presente nelle scuole, in particolare nell’utilizzo del corsivo, uno stile di scrittura fondamentale per i bambini, e nella semplicità e chiarezza delle immagini.
    La differenza è che in questo caso la didascalia è totalmente spiazzante e incongruente con il disegno.
    L’artista ha infatti un approccio all’educazione decisamente originale; lascia molto spazio all’immaginazione e alla creatività dell’osservatore, qualità nettamente presenti nei bambini, che attraverso la loro fervida creatività riescono a vedere le cose che li circondano con occhi diversi.
    Sarebbe sicuramente molto interessante vedere la reazione dei bambini di fronte a una simile rappresentazione.
    Potrebbe indubbiamente scatenare la fantasia suscitando idee diverse in ogni alunno, dando così spazio ai loro punti di vista, diversamente da ciò che accadrebbe presentando loro un disegno corredato da didascalie corrispondenti.

  • La chiave dei sogni, Magritte
    Disegno e scrittura sono entrambi segni che servono all’essere umano per comunicare. Ma spesso il disegno, soprattutto nei bambini, non ha la finalità di rappresentare realisticamente il mondo, ma piuttosto la personale prospettiva di esso. Il quadro sembra un invito a ricordare che ciò che esprimiamo col segno è unico e personale, e puoi essere una chiave di lettura (una chiave dei nostri sogni) di ciò che ci circonda, scoprendo relazioni non scontate a patto che si esplori il senso che ognuno vuole attribuire alle rappresentazioni, che non devono essere standardizzate e elencate come in un abecedario .

  • “E nei sogni di bambino la chitarra era una spada, e chi non ci credeva era un pirata” canta Bennato in “Sono solo canzonette”. Quest’opera di Magritte in fondo dice un po’ la stessa cosa: cosa impedisce a una scarpa di essere la luna, o per quale motivo un bicchiere non potrebbe scatenare un temporale? Forse a impedirlo è quella che Bennato definisce “ragione”, termine che, nel testo di tale canzone, fa rima, non a caso, con la parola “illusione”. Un sognatore è un illuso? Può darsi. Ma Magritte, oltre a sollecitare una riflessione su quali possano essere le cause di tali associazioni e a favorirne altre, fa emergere una questione che spesso viene dimenticata: le parole di cui ci serviamo quotidianamente non sono altro che una convenzione. E’ dunque illusorio chiamare “luna” quella che noi chiamiamo scarpa più di quanto non sia chiamarla, appunto, “scarpa”?
    Protagora diceva che è l’uomo la “misura di tutte le cose”, e, se si considera il cervello umano, si può dire che questo, molto spesso, lavora per associazioni. Anche l’opera di Magritte propone della associazioni. Associazioni inedite tra parole (che sono parte dell’opera, e non semplice didascalia) ed immagini ( che risultano essere ben più universali delle parole); ma vi è anche un’associazione tra come l’opera stessa si presenta e un comune abbecedario, di quelli che ancora oggi è facile trovare nella aule scolastiche.
    Se il cervello del bambino è più plastico di quello dell’adulto è perchè è meno specializzato, o, in altri termini, è più propenso all’associazione. Man mano che si cresce le reti neurali svolgono funzioni sempre meglio definite e il cervello umano diviene appunto (e per fortuna) sempre più specializzato.
    Un rischio però c’è: è il rischio di cadere in tutto ciò che è preconfezionato. Che allora l’opera di Magritte non sia una sorta di invito e di monito a non diventare quelli che Bennato definisce “pirati”?

  • Un’ opera davvero insolita che immediatamente ha attirato la mia attenzione. Ciò che mi ha colpito è stata la presentazione dell’ opera attraverso la classica ripartizione del sillabario: riquadri dove vengono raffigurate immagini di oggetti accompagnate da titoli che però non hanno alcuna apparente relazione con l’ oggetto raffigurato. Quindi la relazione tra l’ icona e la parola non è più quella che si trova nell’ abecedario in quanto diventa una relazione poetica e metaforica. Il titolo dell’ opera non a caso è “La chiave dei sogni”: soltanto nel sogno, nell’ immaginario,nel fantastico, nel non reale che “una scarpa” può diventare una “luna”, un’ immagine può non corrispondere ad un oggetto reale.
    Attraverso la fantasia, l’ immaginazione è possibile creare e rappresentare un mondo nuovo, diverso da quello di cui facciamo esperienza concreta. Rinominare la realtà, uscire dalle convenzioni, affidarsi alla fantasia è un modo per rivedere il mondo sotto un’ altra prospettiva, la propria.

  • Quest’opera ha catturato immediatamente la mia attenzione e il mio interesse, e credo che sarebbe un ottimo spunto di riflessione anche per i bambini. E’ un elogio alla relatività. Fa riflettere sul fatto che non esiste un pensiero che sia oggettivo ed indiscutibile, ciascuno di noi potrebbe rinominare tutte le cose più comuni e scegliere di adottare un proprio linguaggio… anche se non socialmente riconosciuto, nessuno ci vieterebbe di farlo. E’ importante che fin dall’infanzia si capisca questo, che la diversità e la relatività fanno parte dell’uomo in ogni cosa, anche nel linguaggio. Anche in questo caso si potrebbe chiedere ai bambini di giocare con la fantasia, riscrivere un proprio alfabetario con i nomi mescolati o magari inventati.

  • Ciò che abbiamo di fronte è un quadro semplice, banale e scontato per molti o per coloro che non gli dedicano il giusto tempo.
    Colui che viene attratto dal quadro non può non vedere la sua grande forza evocativa, la forza di un quadro che l’autore ha eretto come proprio stendardo alla semplicità come chiave della vita, emblema di tutte le cose più importanti e sincere presenti nella quotidianità.
    Utilizzare parole non corrette per gli oggetti dipinti rappresenta anche la voglia di poter rimescolare nuovamente le carte, di dare un proprio senso alle cose e dimostrare come ogni cosa possa avere un nome diverso senza però cambiarne l’essenza.

  • “E nei sogni di bambino la chitarra era una spada, e chi non ci credeva era un pirata” canta Bennato in “Sono solo canzonette”. Quest’opera di Magritte in fondo dice un po’ la stessa cosa: cosa impedisce a una scarpa di essere la luna, o per quale motivo un bicchiere non potrebbe scatenare un temporale? Forse a impedirlo è quella che Bennato definisce “ragione”, termine che, nel testo di tale canzone, fa rima, non a caso, con la parola “illusione”. Un sognatore è un illuso? Può darsi. Ma Magritte, oltre a sollecitare una riflessione su quali possano essere le cause di tali associazioni e a favorirne altre, fa emergere una questione che spesso viene dimenticata: le parole di cui ci serviamo quotidianamente non sono altro che una convenzione. E’ dunque illusorio chiamare “luna” quella che noi chiamiamo scarpa più di quanto non sia chiamarla, appunto, “scarpa”?
Protagora diceva che è l’uomo la “misura di tutte le cose”, e, se si considera il cervello umano, si può dire che questo, molto spesso, lavora per associazioni. Anche l’opera di Magritte propone della associazioni. Associazioni inedite tra parole (che sono parte dell’opera, e non semplice didascalia) ed immagini ( che risultano essere ben più universali delle parole); ma vi è anche un’associazione tra come l’opera stessa si presenta e un comune abbecedario, di quelli che ancora oggi è facile trovare nella aule scolastiche.
Se il cervello del bambino è più plastico di quello dell’adulto è perchè è meno specializzato, o, in altri termini, è più propenso all’associazione. Man mano che si cresce le reti neurali svolgono funzioni sempre meglio definite e il cervello umano diviene appunto (e per fortuna) sempre più specializzato.
 Un rischio però c’è: è il rischio di cadere in tutto ciò che è preconfezionato, di “mettere alle strette” i propri alunni non capendo che, a volte, una risposta considerata sbagliata potrebbe essere invece una risposta giusta. Che allora l’opera di Magritte non sia una sorta di invito e di monito a non diventare quelli che Bennato definisce “pirati”?

    http://www.youtube.com/watch?v=JBS48R2i6Pw

  • L’opera “la chiave dei sogni” mi ha incuriosito molto ma allo stesso tempo osservandola meglio e leggendo le parole sotto ogni disegno ti stupisce perchè pensi che ad ogni immagine corrisponda il proprio nome e invece non è così. L’autore vuole in qualche modo allontanarsi e mettere in discussione la realtà in cui viviamo piena di stereotipi ed etichette.

  • La chiave dei sogni, Magritte.
    Perché le immagini non corrispondono alle definizioni?
    Leggendo il titolo dell’ opera La chiave dei sogni forse possiamo trovare una spiegazione, questi oggetti appartengono alla dimensione onirica e come in ogni sogno l’immagine può non corrispondere all’ oggetto. L’ autore probabilmente ci invita a riflettere su quanto i segni e i codici arbitrari influenzino il nostro modo di vivere.

  • L’uomo non ha mai abitato il mondo, ma solo la rappresentazione che ne dava di esso. A partire dai greci, con Platone, l’uomo è vissuto secondo il fine ultimo di raggiungere quel cielo che era la meta designata, immagine su cui si è poi innestata prepotentemente la visione del mondo giudaico-cristiana con la creazione di Dio, per finire con la rivoluzione copernicana, dove si sono affermate la scienza e la tecnica come fine ultimo per l’uomo. L’essere umano ha quindi vissuto il mondo, a seconda del periodo storico in cui si trovava, con modi di affrontare il quotidiano sempre differenti. Ecco che Magritte ne inventa, improvvisamente, uno nuovo, in cui le convenzioni e le “certezze” dell’uomo vengono repentinamente sgretolate e si propone un modello completamente innovativo e totalmente differente da quella che è la realtà, lasciando, ovviamente, l’interlocutore sbigottito.

  • L’opera “La chiave dei sogni” mi ha incuriosito molto appena l’ho vista, poichè non capivo quale fosse l’utilità di una serie di disegni con la didascalia errata. Mi ha fatto sorridere e la mia opinione è quella che si SA le cose, chi è informato e chi si informa ha la possibilità di non farsi “fregare” da ciò che vede, che legge e che gli si dice! Ecco perchè magari persone analfate che vedono e leggono quest’opera possono non interrogarsi sulla sua veridicità, ma prendono per vero tutto ciò che gli viene messo davanti agli occhi. E’ questa credo l’importanza della cultura e dello studio, poichè ti aiuta a non cadere in facili inganni, ti aiuta a non essere in balìa degli eventi ma sapere ciò di cui si sta parlando, sapere di cosa si tratta quello a cui stai assistendo. Credo perciò che la conoscenza sia una vera e propria arma di difesa che non serve per forza solo quando si va a scuola ma nella vita!

  • Come sempre, Magritte, ha la grande capacità di stupire con i suoi dipinti anticonvenzionali, surreali e fuori da ogni canone o standard. Niente di più originale, ma allo stesso tempo banale che far riflettere sulla fantasia dell’uomo: questo il messagio che mi arriva. La volontà del poeta di fare intendere che ogni persona vede e può vedere le cose da una propria angolazione del tutto personale e soggettiva, ma soprattutto assolutamente rispettabile.

  • Guardando per la prima volta l’opera La chiave dei sogni, la mia visone è stata subito attratta dalle rappresentazioni, solo dopo qualche istante mi sono resa conto che le associazioni fra segno, ed immagine erano del tutto arbitrarie.
    L’opera porta ad una riflessione sulla relazione fra il segno e il significato convenzionale attribuito.

  • Sono stata immediatamente colpita da quest’opera in quanto insolita, se non addirittura, in senso buono, bizzarra! E’ un’opera che crea spiazzamento perché divisa in riquadri, uno per ogni oggetto raffigurato il cui titolo però pare non avere alcuna relazione con l’oggetto raffigurato. Ho cercato di trovare nessi logico-sequenziali, tuttavia l’unica cosa che ne ho tirato fuori è stato che in un sogno qualsiasi cosa può essere altro e dunque i nomi sotto le figure sono disconnessi da queste ultime come in un sogno. L’ho trovata un’opera davvero originale e che a prima vista mi ha suscitato un sorriso.

  • Impossibile non spendere un sorriso su questo quadro! Magritte sceglie il simbolo-etichetta per eccellenza del mondo della scuola di qualche anno fa, l’abbecedario illustrato, per stravolgerlo totalemnte. Una presentazione assolutamente anticonvenzionale in cui a immagini semplici e familiari vengono fatti corrispondere nomi scorretti….il dubbio che Magritte vuole far nascere nelle nostre menti è: ma saranno poi scorretti davvero questi nomi? Dopo tutto tutti i nomi che usiamo sono nomi convenzionali….

  • L’opera mi ha colpito per il suo richiamare l’abecedario e per l’incongruenza tra disegno e parola. Può richiamare anche una lavagna su cui è stato scritto in gessetto la parola, e con la tipica calligrafia in corsivo regolare e chiara. Gli oggetti rappresentati sono oggetti del quotidiano, di uso comune, sembrerebbe scelti a caso, senza un chiaro motivo. C’è un senso di calma e tranquillità che l’opera trasmette, anche se l’incongruenza porta con se l’interrogativo che ci spinge a chiederci cosa voglia dire l’autore.
    Nella rappresentazione vi trovo anche una simmetria nei colori utilizzati nelle immagini: vi sono tre oggetti sulle tonalità del bianco ed altri tre sui colori del nero.

  • Questo quadro mi colpisce perchè è paradossale. Infatti, l’autore utilizzando il metodo tradizionale dell’abecedario, associa ad ogni immagine una parola; essa però non corrisponde al nome dell’oggetto. Ogni oggetto viene rinonimato con una denominazione nuova, grazie alla fantasia dell’autore. Questo provocauna sensazione di confusione a chi sta osservando il quadro, ma allo stesso tempo stimola l’immaginazione e la creatività. Grazie a questo quadro anche gli adulti, per un momento, possono tornare spontanei e liberi da ogni convenzione come i bambini.

  • E’ un’opera che crea spiazzamento perché divisa in riquadri, uno per ogni oggetto raffigurato il cui titolo però pare non avere alcuna relazione con l’oggetto raffigurato. Ho cercato di trovare nessi logico-sequenziali, tuttavia l’unica cosa che ne ho tirato fuori è stato che in un sogno qualsiasi cosa può essere altro e dunque i nomi sotto le figure sono disconnessi da queste ultime come in un sogno. Sono stata immediatamente colpita da quest’opera in quanto insolita, se non addirittura, in senso buono, bizzarra! L’ho trovata un’opera davvero originale e che a prima vista mi ha suscitato un sorriso.

  • ” Le immagini vanno viste quali sono, amo le immagini il cui significato è sconosciuto poiché il significato della mente stessa è sconosciuto ”

    Da bravo surrealista, Magritte dipinge con una tecnica di illusionismo legato ai sogni, ma allo stesso tempo alla realtà. Chiamato anche SABOTEUR TRANQUILLE, Magritte cercava, con le sue opere, di insinuare dubbi sul reale attraverso la rappresentazione del reale stesso. Per fare ciò utilizzava la tecnica del TROMPE L’OEUIL, ovvero la capacità di far provare all’osservatore l’illusione di osservare oggetti reali. Magritte utilizza infatti linee nette, colori reali e un accurato uso di luce-ombra per creare oggetti il più vero simili possibili. L’opera è ripartita in riquadri su sfondo nero, che richiama la lavagna scolastica: la dimensione scolastica è richiama inoltra dalla calligrafia tipica dei sillabari delle elementari.
    Quando il lettore legge i nomi in relazione alle immagini, si rende conto che non corrispondono: con questo Magritte vuole fare capire come i simboli e i codici influenza la realtà di tutti i giorni.
    L’opera si inserisce perfettamente nel periodo del Surrealismo: l’amore, il sogno e la liberazione dalle convenzioni sociali diventano le tematiche principali. Seguendo ciò Magritte crea opere che portano l’osservatore a riflettere sulla realtà.

  • Magritte, “La chiave dei sogni”
    Nell’opera “la chiave dei sogni” di Magritte è rappresentata una lavagna divisa in settori e in ognuno di essi vi è una figura e una parola scritta: è una sorta di abecedario, ma ciò che lo contraddistingue è il fatto che le parole non corrispondono mai all’oggetto raffigurato. Questa confusione tra nomi e disegni potrebbe rispecchiare la crisi del periodo storico a cui risale l’opera: il 1930. Tale anno è, infatti, quello immediatamente successivo alla crisi economica che investì prima l’America e poi tutta l’Europa e quindi anche la Francia. La crisi comportò numerosi disagi tra la popolazione e provocò scioperi dei lavoratori per rivendicare i propri diritti; scioperi che diventavano poi duri scontri con la polizia. Vi era, quindi, grande scompiglio e smarrimento generale, che Magritte sembra voler riprodurre nella sua opera grazie all’incoerenza tra didascalie e immagini. D’altra parte l’ordine apparente del dipinto (la divisione in settori tutti uguali, le parole scritte in bella grafia, i bei disegni…) sembra rappresentare una speranza dell’artista affinché la situazione migliori.
    La proposta di questa opera ad una classe elementare potrebbe essere utile per avviare un progetto di storia. L’abecedario è infatti uno strumento o un gioco tipico dell’infanzia e potrebbe quindi fungere da input per ricostruire la storia del bambino: partendo dai giochi preferiti di ognuno a diverse età, si crea un percorso individuale che rappresenti la storia di ciascun bimbo.

  • René Magritte pittore belga, è considerato il maggiore esponente del surrealismo.
    Opera realizzata nel 1930; La chiave dei sogni è il paradigma dell’associazione inaspettata, dove l’incoerenza crea uno stato dissociativo nelle nostre abitudini mentali, e ci invita a riflettere su quanto i codici , i segni e la loro arbitrarietà influenzano il nostro modo di vedere e di percepire la realtà.
    L’opera, si presenta nella ripartizione del sillabario: divisa in riquadri, uno per ogni oggetto che però è accompagnato da un titolo che non è in alcuna relazione con l’oggetto raffigurato.
    La relazione fra i due diversi interpretanti (verbo e icona) cessa di essere metonimica, come nel sillabario, per diventare metaforica, poetica.

  • L’opera del 1930 è un invito alla riflessione sulle nostre percezioni e convinzioni. Ci fa capire come tutto è deciso e il mondo è composto da codici che noi utilizziamo inconsciamente. Abbiamo un dipinto diviso in due colonne per tre riquadri ognuno e vuole mostrarsi quasi come una fotografia, poichè è molto reale.
    Sia come forma degli oggetti rapprsentati, sia come colori: nitidi, realistici, veritieri.Tutto ciò si contrappone con l’ironia delle scritte in corsivo sotto le immagini, parole esplicative di immagini che non vi sono rappresentate. In questo caso non vi è la coerenza tra ciò che c’è rappresentato e ciò che si vuole dire, oppure se vogliamo vederla in un altra maniera possiamo dire che la coerenza è massima.
    Con ciò intendo dire che se l’autore voleva esprimere contraddizione tra forma e contenuto, allora, ci è riuscito benissimo! E’ un opera che richiama all’alfabetizzazione in atto essendo nel 1930, in cui rispetto agli anni dell’unificazione d’Italia si sono fatti enormi passi avanti ma comunque essa non è ancora completa. Personalmente questo dipinto mi fa sorridere, mi trasmette da una parte allegria e curiosità, dall’altra amarezza, in quanto spesso le persone non avendo le opportune conoscenze corrono in rischio di farsi “fregare”. Anche con una semplice figura.

  • “La chiave dei sogni” è un’opera di Magritte del 1930.
    Ciò che salta all’occhio immediatamente è la struttura del quadro: sei quadrati, con sfondo lavagna, incorniciati da una struttura lignea. Ogni immagine, accompagnata da una scritta, è disegnata con profondità e prospettiva, in maniera molto realistica.
    La struttura generale dell’opera fa pensare agli abecedari scolastici, a parte per il fatto che le scritte non hanno nulla a che vedere con le immagini riportate.
    Tuttavia il titolo “La chiave dei sogni” ci aiuta a capire che non dobbiamo prendere tutto alla lettera. Per Magritte, gli oggetti non hanno un nome tanto preciso da far sì che non se ne possa trovare uno più adatto, inoltre nei sogni, nel mondo onirico, possiamo cambiare ciò che vogliamo. Per questo motivo possiamo dare ad una scarpa il nome “luna”.
    Cambiare i nomi delle cose è un primo passo per cambiare i modi di pensare e le idee…

  • “La chiave dei sogni” René Magritte
    ANALISI FORMALE
    L’opera è stata dipinta nel 1930 con la tecnica dell’olio su tela.
    La composizione è equilibrata nelle sue parti: ogni figura è al proprio posto all’interno del reticolo composto da quadrati di ugual misura; nonostante l’inquadramento e la formalità che di primo impatto ci colpisce, come il disegno degli oggetti riprodotti come appaiono nella realtà, se leggiamo più a fondo il quadro scopriamo che le associazioni tra le parole e le immagini è tuttaltro che formale e coerente, anzi, rispecchiano associazioni fantasiose come spesso accade nei nostri sogni e come lo stesso pittore sottolinea con il titolo dato all’opera.
    Non dobbiamo dimenticare infatti che Magritte appartiene alla corrente surrealista, la quale intende richiamare nelle opere proprio il processo in cui l’inconscio associa libere parole, pensieri e immagini senza freni inibitori.
    Questa associazione libera di idee, questo modo di uscire dagli schemi ,che è il senso profondo del quadro, il pittore lo riporta nella struttura di un abecedario, al contesto della scuola.
    E’ significativo per me questo accostamento, sembra urlare una denuncia alla scuola, una scuola che pone dentro rigide griglie l’immaginario, la fantasia, la creatività.
    Questi elementi (scuola e creatività), sembra dirmi e dirci il pittore, faticano a stare insieme nella scuola (la scuola di allora?) e il risultato ci appare surreale.

  • [PARTE I]

    Nella Chiave dei sogni, di René Magritte sono presenti sia linee rette orizzontali, che linee curve, che delimitano forme circolari, quadrate, ellittiche, cilindriche e trapezoidali.
    Il colore dominante è il marrone, nelle tonalità dell’ocra (di cui è dipinta la cornice) e del color talpa dello sfondo, con l’aggiunta del nero, del bianco, del grigio e del giallo.
    Nel quadro è presente una simmetria si traslazione ottenuta con la ripetizione della figura del quadrato, che suddivide il piano in sei riquadri. La griglia così ottenuta restituisce un’immagine statica e perfettamente bilanciata, in cui sono collocate le figure di cui è formata la composizione: un uovo, una scarpa da donna, un cappello a bombetta, una candela, un bicchiere e un martello, accompagnati da una didascalia.
    La chiave di lettura di quest’opera è offerta proprio dalle didascalie, scritte in un corsivo molto scolastico, che richiama volutamente le descrizione delle figure di un abbecedario. Se non che, quelle poste da Magritte a corredo degli oggetti disegnati sono scritte incongruenti, non riconducibili alle immagini a cui sono abbinate. Il senso di straniamento che segue alla scoperta di tale dissonanza cognitiva è il mezzo attraverso cui l’artista intende sottoporre allo spettatore un punto di vista alternativo a quello della cultura tradizionale, separando il segno dalla realtà, il linguaggio dall’immagine. Lo stato di irrealtà che ci provoca la visione di questo quadro non è dato dall’aver riportato allo stato conscio elementi inconsci, bensì dalla coscienza stessa, in cui, secondo Magritte, convivono allo stesso tempo visione e rappresentazione. Che cosa rappresenta, quindi, la Chiave dei sogni? L’abbecedario custode dei segni convenzionali con cui si nominano gli oggetti, oppure gli oggetti così come sono visti e percepiti da ciascuno di noi in un contesto personale e soggettivo?Allo spettatore il compito di risolvere l’ambiguità che rimanda non ad un sogno, ma ad una realtà, trattata con nitidezza di linee e di colori tali da sembrare più veri del vero.
    La Chiave dei sogni di Magritte, nell’ultimo biennio della scuola primaria, può offrire lo spunto per un percorso didattico interdisciplinare di educazione all’immagine ed educazione linguistica, in cui i bambini potrebbero essere chiamati a giocare con le parole e le immagini, in un primo tempo rispettando l’associazione tra segno e significato, componendo calligrammi o dando forma grafica a nomi di oggetti, e in un secondo tempo scindendo le due componenti del linguaggio, prendendo spunto dall’immagine di Magritte per rappresentare il proprio abbecedario dei “non-nomi”.

  • [PARTE II]
    Sitografia:
    http://it.wikipedia.org/wiki/Marrone
    http://maseuleverite.blogspot.it/2011/03/lavanguardia-del-linguaggio-magritte.html
    http://www.bluarte.it/artein/751-magritte-e-il-surrealismo.html
    http://www.liceolocarno.ch/Liceo_di_Locarno/materie/storia_arte/magritte/surrealismo_
    http://www.surrealismo.it/magritte_enigma.htm
    http://www.larosanera.it/rene-magritte-al-di-la-del-surrealismo

    Riferimenti bibliografici:
    ADORNO P. , L’arte italiana, Firenze, D’Anna, 1994, vol. III, t. II, pp. 835 – 839.
    CRICCO G. – DI TEODORO F.P., Itinerario nell’arte, Bologna, Zanichelli, 2004, vol. III, pp. 726-728.732-735.
    ZAMPONI E., I draghi locopei, Torino, Einaudi, 2007

  • Dovendo riflettere su quest’opera secondo alcuni parametri, mi vien da dire in primo luogo che, per quanto riguarda la coesione, l’opera appare perfettamente in equilibrio: essa può essere vista come composta da 6 riquadri, ordinatamente posti uno accanto all’altro. Questo equilibrio può essere messo in discussione facendo interagire gli oggetti raffigurati con le parole sotto di essi, ma si tratta di un “disequilibrio” sul piano dei significati, più che su quello della composizione.
    Dunque, per quel che riguarda la coerenza, sembrerebbe forse un’opera incoerente, se per coerenza si vuol intendere il dare il nome “corretto” all’oggetto in questione. Tuttavia, io credo che l’opera sia assai coerente, coerente con quello che vuole esprimere Magritte: se il messaggio di fondo è che solo con la fantasia, con gli abbinamenti inusuali, con l’immaginazione si può accedere ai sogni, allora non avrebbe senso chiamare “uovo” l’uovo e “scarpa” la scarpa, anzi, sarebbe quasi offensivo per quella scarpa, che racchiude tutto il potenziale per essere la luna. Credo quindi che l’opera sia coerente, per quanto detto sopra, e per il fatto che il significato appare chiaro al lettore.
    Indagando un po’ di più (ma comunque non abbastanza) , ho scoperto poi che Magritte ha dipinto anche “La chiave dei Campi” e “La Chiave di Ghiaccio”, ho scoperto che Magritte è chiamato anche “le saboteur tranquille” (per la sua capacità di insinuare dubbi sul reale, come nell’opera in questione), ma prima di produrre un giudizio sul contesto che può aver portato all’opera o su come la biografia di Magritte abbia inciso su di essa, credo dovrei approfondire meglio vari temi.
    Per quello che riguarda invece le mie esperienze personali, volendo io diventare una maestra elementare, non posso non vedere quest’opera anche nella sua somiglianza con un abbecedario: quante volte, a scuola, si vogliono insegnare a tutti i costi dei concetti, col rischio di farli diventare, però, dei preconcetti? Come fare, allora, per valorizzare al meglio la fantasia degli alunni, senza imbrigliarli in una griglia riduttiva? Ma anche: è possibile sognare senza avere un appiglio di preconcetti? Voglio dire: se non si sapesse cosa comunemente si intende per “scarpa” e per “luna”, come si potrebbe cogliere quanto c’è di straordinario nel chiamare luna una scarpa?

  • Ho scelto di commentare questo dipinto perché lo trovo estremamente affascinante nel suo carattere enigmatico…si presenta come Una ripartizione , divisi in riquadri, uno per ogni oggetto, che peró é accompagnato da un titolo che non é in alcuna relazione, almeno apparente, con l’oggetto raffigurato. Magritte appartiene alla corrente del surrealismo dunque non dobbiamo dimenticare la dimensione onirica che caratterizza quest’olio su tela. Osservandolo mi salta alla mente l’aspetto più profondo e nascosto della didattica, perché a mio parere dietro ad ogni conoscenza/sapere, si cela l’interiorizzazione ed elaborazione soggettiva dell’individuo che apprende. L’insegnante infatti dovrebbe sempre considerare la soggettività ed individualità dei suoi alunni e salvaguardarla.

  • Il lavoro di “La Chiave dei sogni” mi ha colpito il nome del lavoro e ciò che è rappresentato, le figure nude nel gioco sono contrastando quelli che sono vestiti.
    Il lavoro è Surrealismo figurativo, “Il tradimento delle immagini” (1927-1930), per cui questa situazione così poco coerente nella foto con la scrittura.
    Se lo porto a scuola può includere in un modo che prevede un insegnante di insegnare la loro disciplina e come realizzarlo, alla fine, perché una classe è molto eterogenea e il contenuto è che si devono adeguarsi a questi studenti e non per il contenuto e il processo è l’insegnante responsabile della sua realizzazione.

  • La chiave dei sogni
    Quest’opera d’arte sembra molto strano perché l’auto tra il visivo e la scritta. in un primo momento ho pensato che fosse un po ‘di gioco tra parole e immagini. una possibilità Ho pensato come una spiegazione a questo lavoro era una storia che mette in relazione l’immagine con la parola scritta.
    dopo ricerche per il libro ho imparato che l’autore usa modi surrealismo figurativi realistici e luoghi il suo lavoro in scenari impossibili.
    Con questo lavoro l’autore tenta di andare oltre l’arte che mostra che l’arte non è solo un’immagine, ma possono essere diversi e non esprime un fatto. Aumenta qui per sapere cosa la risposta a questo rapporto tra l’immagine e la scritta.
    All’interno di questo lavoro si è incluso nella famosa serie di dipinti dal titolo “Il tradimento delle immagini” e si è svolta tra il 1927 e il 1930.

  • Personalmente quando penso all’arte mi vengono in mente due macrocategorie di artisti: quelli che usano il proprio talento per dar vita ad opere artisticamente “belle” e quelli che, invece, mettono in scena un conflitto, delle domande, che fanno protesta attraverso un’opera del tutto concettuale. Di solito sono quelli che suscitano reazioni estremamente filosofiche oppure del tipo “Cos’è? Perchè? Questo lo saprei fare anche io”. Magritte è sicuramente in quest’ultima categoria. Le sue opere più famose sono del tutto concettuali. A dir la verità, a me piace guardare opere ‘belle’, soffermarmi a notare le analogie con la realtà..Quest’opera nelle sue fattezze e nella composizione non mi piace affatto. Mi mette tristezza. I riquadri, gli oggetti, i colori spenti, quella grafia scolastica..la totale assenza di una relazione tra gli oggetti.. Eppure l’opera prende vita, significato, nel momento in cui si leggono i nomi degli oggetti e nella nostra mente si inceppa qualcosa. Tutta la regolarità che si era formata si spezza, ed è come se non accettassimo di veder scritti quei nomi lì sotto. Agli occhi di un bambino o di una persona che non sa leggere quest’opera avrebbe perfettamente senso. MI viene in mente la domanda di mia sorella qualche tempo fa: “E’ l’uomo che ha dato un nome a tutto? Perchè questa bottiglia di chiama “bottiglia”? Non poteva chiamarsi “bicchiere”?” Sì, potrebbe chiamarsi bicchiere..Il linguaggio è una convenzione che ci circonda talmente tanto e da sempre, che ogni tanto è bene ricordarsene per non diventare mentalmente inflessibili. Pensare di chiamare una “scarpa” “Luna” in un primo momento ci scompensa, ma poi ci permette di sentirci rivoluzionari e creativi, e ci fa avere tutto un altro sguardo sulla realtà. Il mondo esistente ha una materialità, ma tutte le categorie, le idee, i nomi non sono nati così come li conosciamo, sono frutto del pensiero convenzionale dell’umanità.

  • René Magritte, “La chiave dei sogni”.
    Credo che questa opera, datata 1930, sia contestualizzabile non solo in quegli anni, ma anche nella nostra quotidianità. Quindi una prima riflessione va al mondo di oggi e alla nostra società, nella quale tutto è dato, tutto è scritto, e unicamente chi comanda ha il potere di decidere quale nome dare alle cose. Se è vero che “Rinominare la realtà è un modo per mettere in discussione le idee che ognuno di noi ha su di essa”, allora è da rintracciare qui il motivo per cui non ci è permesso farlo. Mettere in discussione le idee che ognuno di noi ha della realtà significa aprire la mente, favorire nuove idee, non necessariamente coincidenti con quelle che ci vengono preconfezionate. Significa ragionare con la propria testa, e nella propria testa la “luna” può assumere anche la forma di una “scarpa”. L’uomo è di per sé sognatore, in quanto ha la capacità di viaggiare con la mente ed immaginare nuovi orizzonti, nuovi traguardi, nuove concezioni della sua vita. Credo, però, che per riuscire a farlo debba essere “educato” in questo senso: ed ecco il riferimento alla lavagna, simbolo per eccellenza della trasmissione del sapere; ma qui parliamo di un sapere ben più profondo di quello puramente nozionistico: parliamo di un sapere che può cambiare le carte in tavola, che può presentarsi come rivoluzionario, innovativo. Un sapere che Magritte cerca di trasmetterci attraverso un iconografia semplice, “elementare” appunto, quasi a dirci che è un’azione a portata di bambino. Credo che l’artista voglia dirci questo con le sue opere: voglia disilluderci da una realtà fin troppo scontata. Ne è un bell’esempio “Questa non è una pipa”: effettivamente non lo è…al massimo, ne è una rappresentazione e, come sosterrebbe la prospettiva fenomenologica, la sua definizione cambia a seconda di ogni punto di vista diverso su di essa. Quindi, insegnarci a ridefinire la realtà…e qui torniamo agli anni trenta, in una società distrutta dalla guerra, nella quale ridisegnare gli orizzonti di vita pareva essere probabilmente l’unico modo per risollevarsi dalla catastrofe.
    Il contrasto, l’apparente non coerenza tra quanto scritto e quanto rappresentato portano l’osservatore a riflettere, a soffermarsi su quest’opera, a non abbandonarla al primo sguardo, ma ad approfondirla, per ricavarne l’essenza e trarne ciò che di buono può trasmettere.

    Rossella

  • Questo quadro mi ha fatto sorridere, ed in effetti, leggendo l’approfondimento, penso che quello che Magritte volesse trasmettere fosse un senso di sorpresa, di alterità, di estraneamento. La parola che indica un tipo di albero accostato ad un uovo, la parola luna ad una scarpa, la neve al capello, il martello al deserto…Sembra effettivamente ripercorrere il linguaggio e l’interpretazione dei sogni, così simbolico.. Del resto, il quadro è del 1930, l’opera di Freud del 1899…In effetti i quadri di Magritte hanno molto di estraneante, penso a questo:blog/wp-content/uploads/2013/11/magritte4011.jpg, stesso estraneamento che si prova dopo un sogno o dopo un incubo…E poi quest’ansia, come diceva una mia collega poco fa, del ”ceci n’est”, questo NON E’,,,una pipa, una mela…NON E’,,, invece che è. E come diceva una collega più su, sapere prima che cos’è una luna ed una scarpa, per poi giocare ad accostarle.

  • Nel dipinto “La chiave dei sogni”, Magritte ha deciso di rappresentare sei oggetti di uso comune entro una griglia posta su una lavagna, sotto ad ogni immagine l’artista ha messo una didascalia la quale risulta incongruente con l’oggetto rappresentato cui si riferisce.
    Da questo quadro emerge un approccio all’educazione lontana dai classici schemi, infatti tende a lasciare spazio all’immaginazione e alla creatività dell’osservatore per permettergli di avvicinarsi all’esperienza come la vivono i bambini, i quali attraverso la loro fantasia riescono a trovare le associazioni più bizzarre e assurde, osservando la realtà che li circonda.

  • Alla vista di quest’opera, mi vengono in mente non solo i “vecchi” (ma non altrettanto desueti) abbecedari (di cui Magritte riprende sapientemente la semplicità ed essenzialità dei segni grafici) ma anche le prime rappresentazioni grafiche correlate da definizioni, da cui gli stessi abbecedari provengono, che nel lontano 1658 contraddistinguevano l’Orbis Sensualium Pictus di Comenio il quale, in un solo libro, voleva mostrare “l’intero scibile umano” secondo il principio dell’”omnes omnia docere” ovvero dell’insegnare tutto a tutti. Se le esigenze e il tipo di società sono cambiate, rimane la potenza trasmissiva di un metodo così architettato da cui deriva un’accettazione forzata e condizionata ad opera di coloro che propongono il sapere così come essi vogliono che venga appreso. Inutile dire che l’immaginazione e la creatività non hanno spazio in questo tipo di didattica (e in alcuni casi non deve avere spazio)…
    Magritte vuole qui fare una denuncia che di primo acchito l’osservatore non coglie: disegna una lavagna, degli elementi al suo interno e delle scritte ad essi corrispondenti. Tutto semplice e chiaro, tutto rispondente alla realtà delle cose. Se “leggiamo” l’opera più in profondità ci accorgiamo che ci sono delle stonature: la mente (o almeno la mia) fatica a comprendere il motivo per cui sotto all’immagine di un uovo ci sia scritto “l’acacia”, o sotto a quella di una scarpa “la luna”…; non nego di avere cercato delle corrispondenze tra immagine e testo e se non le trovavo per l’immagine che rimandavano (la scarpa può avere la forma di una luna?) ho provato a riflettere sul motivo per cui Magritte avesse scelto quelle parole: acacia, luna, neve, soffitto (o altezza massima raggiungibile da un aereo), tempesta; tutti elementi che rimandano alla natura, all’altezza, al cielo, all’infinito e quindi ho pensato all’immaginazione, alla creatività a cui non si possono dare limiti e infine, come ultima parola: il deserto… forse la concezione che molti hanno o hanno avuto delle menti? Tabule rase da scalfire di nozioni? Bè, non so se gli elementi di per sé hanno un loro significato nell’opera, probabilmente non ce l’hanno, ma i processi mentali che ci portano a ricercarli sono solo una dimostrazione di come siamo tesi a cercare delle corrispondenze e a mettere poco in discussione le idee che abbiamo del reale.

  • Quest’opera mi incuriosisce e mi diverte, mi fa sorridere l’arguzia dell’artista. A prima vista sembra un’opera di una semplicità disarmante, la riproduzione di un abeccedario, un semplice esercizio di stile, quasi noioso. la noia si trasforma però in sconcerto e curiosità al rendersi conto che le parole attribuiscono alle immagini un significato inaspettato. nasce così la curiosità di voler scoprire di più, di voler capire.

  • La grafica di quest’opera mi ricorda opere moderne minimaliste, in cui (dalla mia poca esperienza) noto immagini semplici, ma con un significato innovativo, rivoluzionario.
    Non è il primo impatto con l’opera che permette di comprendere il significato del testo, ma bisogna soffermarvisi, rifletterci.
    A primo impatto ho dato per scontato che il testo scritto riportasse il nome dell’oggetto rappresentato, come un vero e proprio oggetto di alfabetizzazione; è con l’attenzione, il soffermarsi che ci si accorge dell’incongruenza, della sorpresa. “La Lune”, ” La Neige”, parole che sollecitano immagini delicate, che trasportano verso un altrove, in netta contrapposizione con uno strumento rigido e strutturato come quello che può essere l’abecedario. Rigidità di questa lavagna dalla geometria dura e rigida, e queste parole scritte con uno stile curvo e morbido.
    Non si ha pienezza senza soffermarsi su quest’ opera, l’autore comunica la necessità di non fermarsi all’apparenza, grande messaggio valoriale.

  • MIGRITTE “LA CHIAVE DEI SOGNI” ANALISI FORMALE

    Il primo impatto con l’opera provoca sconcerto, spaesamento, proprio per questo l’opera mi ha catturato fin dall’inizio.
    Nell’analisi dell’opera la contestualizzazione di essa è fondamentale: appartiene alla corrente surrealista, che crea una frattura con il passato, in particolare con le convenzioni sociali e culturali che le persone accettano acriticamente. La non corrispondenza tra oggetto e nome (ad esempio scarpa-luna) indica il rifiuto di una visione univoca della realtà ed è un invito alla liberazione delle potenzialità immaginative, che non esclude comunque una valorizzazione di menti critiche e pensanti. Queste ultime, sarebbero soffocate, secondo il surrealismo, da una visione della realtà sicuramente più rassicurante perchè data per vera da tutti, ma escludente le soggettive interpretazioni. Il dipinto fa riferimento, attraverso la lavagna e l’abecedario con associazioni inusuali, all’educazione; il maestro (Magritte) invita i bambini (noi osservatori) a una rilettura della realtà attraverso la chiave della fantasia.
    Dunque se l’opera è incoerente per quanto concerne la corrispondenza convenzionale tra oggetto rappresentato e nome “assegnato”, è invece perfettamente coerente con l’intento dell’autore e con il significato sotteso alla sua opera.
    C’è perfetta coesione nella composizione, in quanto gli elementi sono equilibrati a livello di distribuzione nello spazio grazie alle forme quadrate che li dividono. L’equilibrio è dato inoltre dall’utilizzo del colore, distribuito in modo omogeneo, alternando oggetto nero-oggetto bianco, su uno sfondo (la lavagna) che rimane neutro.
    Personalmente credo che il messaggio dell’autore sia molto forte e provocatorio, sia nei confronti della scuola e di un sistema educativo da ripensare, sia per tutte le persone che Magritte invita a non fermarsi davanti a una realtà data per certa, ma interpretabile, criticabile, modificabile, non solo e non tanto attraverso un pensiero necessariamente razionale, ma attraverso la fantasia, l’immaginazione, il pensiero divergente che a volte più di altre, è la forma che ci rivela aspetti altrimenti lasciati nell’ombra.

  • “La Chiave dei Sogni” – analisi formale
    Coesione: nell’opera c’è grande ricerca di equilibrio. La tela e suddivisa in 6 riquadri uguali, ognuno dei quali contiene un oggetto e relativa didascalia. La scrittura è semplice e precisa. Il primo impatto visivo è di un’opera di estrema semplicità e regolarità.
    Coerenza: la prima impressione è di estrema incoerenza: il titolo non mi sembra corrispondere ai soggetti rappresentati, le didascalie non servono a nominare gli oggetti a cui sono abbinate. E forse è proprio in questo paradosso che si ritrova la coerenza dell’opera: nei sogni le cose non sempre sono ciò che sembrano, nei sogni oggetti e persone ci appaiono sotto forme diverse eppure per noi immediatamente riconoscibili: vediamo un a cosa ben sapendo che si tratta di qualcos’altro.
    A dare coerenza al quadro trovo che sia anche la forma scelta dall’artista per raffigurare i soggetti. Lo stile e l’utilizzo dello spazio richiama subito alla mente il classico abecedario usato per insegnare a leggere e scrivere. Questo particolare abecedario viene invece usato per insegnare a pensare, a rinominare al realtà.
    Situazionalità: l’opera è del 1930, periodo tra le 2 guerre. C’è forse il bisogno di trovare nuovi modi di vedere la realtà, di aprirsi anche alle visioni di altri senza considerare come unico e valido il proprio punto di vista. Imparare a osservare ciò che ci circonda da altre prospettive, andare al di là delle apparenze, a questo porta lo sconcerto provocato dalla mancata corrispondenza tra didascalia e oggetto.
    Ambiguità: rimando a quanto scritto nella mia precedente analisi dell’opera.

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